Italia: quali riforme per far ripartire la crescita

martedì, 5 febbraio 2013 @ 17:07

I mercati tornano all’attacco dell’Italia. Al di là delle polemiche elettorali e della solita retorica (la colpa è di Berlusconi, del MPS, dell’instabilità…), credo che la vera ragione sia la sfiducia nella capacità e nella determinazione dei maggiori schieramenti in lizza di attuare le riforme essenziali per riportare l’Italia sulla via della crescita in tempi rapidi.
Di questo si è parlato ieri alla presentazione a Roma del Rapporto dell’Istituto Bruno Leoni “Liberare l’Italia”. Con me a discuterne c’erano Stefano Fassina per il PD, Marco Simoni per la Lista Civica, Carlo Stagnaro per l’Istituto Bruno Leoni. Coordinava Monica Maggioni di Rai News (all’ultimo momento Renato Brunetta ha dato forfait per altri impegni).
Il rapporto individua una serie di riforme strutturali improrogabili, mutuate dalla famosa lettera di Trichet e Draghi dell’agosto 2011, che ad oggi non hanno ancora trovato risposta. I temi sono i soliti: riduzione del debito pubblico, privatizzazioni, tagli alla spesa, riduzione del carico fiscale, liberalizzazioni, rilancio degli investimenti nei settori della scuola e dell’università, riforme più incisive del mercato del lavoro e della macchina della giustizia, razionalizzazione della sanità. Tutte tematiche sulle quali Fare per Fermare il Declino si è pronunciato nettamente, indicando interventi puntuali in piena sintonia con le ricette e le proposte concrete dell’Istituto Bruno Leoni. Non a caso, nel valutare i programmi dei partiti i voti migliori dell’Istituto Bruno Leoni sono andati proprio a Fare.
L’analisi da me svolta ieri partiva dalla fotografia del paese contenuta nel rapporto: abbiamo uno Stato che fa troppe cose e non riesce a farle bene. Non ci sono i mezzi per farlo. Il risultato è una macchina inceppata, che non riesce a erogare servizi degni di un paese civile. Ci sono punte di eccellenza, ma abbiamo molte zone del paese dove i servizi (dalla giustizia alla scuola, dall’università alla sanità) sono ampiamente sotto gli standard europei.
Abbiamo un ingente debito pubblico, frutto di una spesa pubblica dissennata degli ultimi vent’anni, che grava come una spada di Damocle sulla nostra testa. Continuiamo a spendere troppo e male e di conseguenza abbiamo un carico fiscale eccessivo.

In tema di finanza pubblica occorre quindi ridurre il rapporto tra spesa e PIL di 6 punti in cinque anni, come lo stesso rapporto indica, e parallelamente bisogna ridurre il carico fiscale cominciando dal costo del lavoro, abolendo in cinque anni l’IRAP.
Per poter realizzare questo programma è necessario avviare un piano serio di privatizzazioni, che consenta di ridurre il debito e quindi la spesa per interessi. Su questo punto mi sono soffermato nel mio intervento, sottolineando che tutti ne parlano in astratto, ma vengono date poche soluzioni pratiche. Il vero problema sta nel fatto che la maggior parte dei beni (partecipazioni e immobili) sono in capo agli enti locali che non vogliono vendere (mentre il 93% del debito è in capo allo Stato). Finora il governo ha usato solo la “carota”,  con pochi risultati. Bisogna, invece, prendere misure più decise che, nei limiti del dettato costituzionale, consentano di obbligare gli enti locali a cedere gli attivi per ridurre il debito pubblico, condizionando a tali privatizzazioni gli ulteriori trasferimenti dal centro in base al patto di stabilità: meglio assicurare un migliore servizio scolastico che avere la proprietà di caserme in disuso o partecipazioni in aeroporti che potrebbero essere meglio gestiti da privati.

L’altro grande tema sul quale si è concentrato il dibattito è stata la riforma della macchina organizzativa dello Stato. Scuola, sanità, università, digitalizzazione richiedono importanti investimenti. Occorre però spender meglio. Sul tema della sanità ho messo in luce la nostra proposta, che mette il paziente al centro: occorre cioè tener conto non solo del costo delle prestazioni, ma del miglior esito per il paziente.
Sulla giustizia civile, ho richiamato le nostre proposte per i primi “100 giorni”, che sono mirate a liberare i tribunali dell’enorme fardello di cause in larga parte pretestuose. Per farlo occorre operare a livello macro: bisogna mettere degli incentivi economici sulle parti affinché risolvano in altro modo le proprie controversie. Solo così si potranno liberare risorse per investire nuovamente sulla macchina della giustizia.

Infine abbiamo parlato di mercato del lavoro.  Ho segnalato come i principali problemi oggi risiedano nelle troppe rigidità della legge Fornero, che ha bloccato gli ingressi dei giovani, e nella inefficienza della formazione condotta a livello regionale, che a poco serve per collocare i lavoratori: in realtà è un business di cui le regioni sono “gelose” perché attira fondi europei.
Meglio rivolgersi alle agenzie di formazione privata o consentire agli imprenditori di fare corsi autogestiti che preparano veramente al lavoro in azienda.

Da ultimo, ho risposto alla “provocazione” dell’Istituto Bruno Leoni che suggeriva al prossimo governo di chiedere la protezione dello scudo europeo all’inizio del proprio mandato. Così facendo dovrebbe impegnarsi a realizzare le riforme, e potrebbe agire con la consapevolezza che all’occorrenza i mercati non porteranno lo spread a tassi insostenibili.
Pur trattandosi di una provocazione, credo debba essere presa sul serio. Troppo spesso le promesse elettorali finiscono nel nulla, mentre gli impegni precisi assunti con l’Unione Europea devono essere rispettati. È triste pensare che si debba ricorrere ai carabinieri per far rispettare le leggi, ma molto spesso è la verità.

 

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