La Thatcher, il Premier che servirebbe adesso all’Italia

venerdì, 12 aprile 2013 @ 16:07

di Carmelo Caruso

«Ha cambiato le regole del gioco, rinnovato il lessico. Se penso a Margaret Thatcher, penso all’attuale situazione italiana. In un paese che non sapeva decidere, lei si è presentata come l’outsider, ha deciso». Italia-Inghilterra, la Thatcher contro l’immobilismo italiano, la privatizzazione contro lo statalismo, un decennio vissuto da ospite illustre quello di Alberto Saravalle, professore di Diritto dell’Unione Europa nell’ateneo di Padova, a lungo residente a Cambridge durante l’altra rivoluzione che veniva da Occidente: la staffetta liberista Reagan-Thatcher, la figlia del droghiere che si fece primo ministro.

«Per gli inglesi fu una ventata di freschezza, per la prima volta veniva messo fine a un modo d’intendere il potere. Ecco, con la Thatcher s’impone una visione della società, condivisibile o meno, ma pur sempre una visione. Ciò significava anche l’assunzione di responsabilità».

Scardinare il sistema statale e per la prima volta lasciare che la mano privata entrasse nel pubblico attraverso le privatizzazioni a sentire Serravalle. «Pensate che nel 1986, dovetti esprimere un parere sulla legalità o meno delle privatizzazioni, oggi apparirebbe impensabile, ma in quegli anni lo era», in qul quadro irrompe in Europa la Thatcher.

Gas, telecomunicazioni, vengono privatizzate e quella che viene salutata come una rivoluzione è in realtà una durissimo duello tra lo Stato e il proletariato inglese che stenta a lasciarsi dietro le facce unte delle miniere, i moti di secessione degli irlandesi che il primo ministro non esisterà a reprimere con l’intransigenza, il rossetto sotto il volto arcigno. «È chiaro – spiega Saravalle – che ogni rivoluzione lasci vincitori e vinti. È possibile che le sue decisioni siano state troppo dure. Si disse: è macelleria sociale, di fatto ha piegato il sindacato. Eppure se ciò è stato possibile è perché la politica inglese era schiava della conservazione, paradossalmente è stata la conservatrice Thatcher a cambiare il modo di fare politica nel Regno Unito, tanto che pure Tony Blair ha dovuto ammettere che le riforme dell’ex premier fossero necessarie. Se il partito laburista si è rinnovato è stato proprio per la necessità di seguire a sinistra il rinnovamento che soffiava a destra».

E come una sorpresa, anomalia è stata accolta da un Inghilterra che come vale ricordare era “la malata d’Europa”, sempre meno nazione cuscinetto e regolatrice del Vecchio Continente appena uscito dalla guerra. «Non si comprenderebbe la Thatcher se non si tenesse conto dello Stato superpresente. Ebbene, l’Inghilterra delle miniere si trasforma nell’Inghilterra della finanza. La società diventata veloce e dinamica».

Per Saravalle ciò che ha convinto gli anglosassoni ad affidarsi alla Thatcher non è poi dissimile dalla condizione che sta vivendo il nostro paese. Irregolare, fuori dagli stessi partiti, che mal tolleravano l’ingresso di una donna, quanto e come l’Italia, fu proprio la Thatcher nell’incertezza a «farsi luce nel buio». Pretesto fu proprio la politica estera che come sottolinea Serravalle assume sotto il suo governo un’impronta decisionista e spregiudicata sino alla guerra della Falkland: «Gli inglesi sono stati sempre patriottici. Lei ha solo contribuito a dare un nuovo senso al paese, un orgoglio che si era perso». Ed è proprio quella che si può considerare la sua “autarchia regale” a farle sposare una politica euroscettica che la porterà alle dimissioni rassegnate nel 1990 quando si alienerà la fiducia del suo stesso gabinetto.

«Il suo euroscetticismo alla fine è stato ripreso e mantenuto». La fine? «Come ogni ciclo anche quello della Thatcher ha subìto l’usura del tempo  – dice convinto Serravalle – si è eroso il consenso sulla sua persona, ma ciò non toglie che abbia lasciato e abbia permesso ai conservatori di garantirsi per altri anni la guida del paese», accelerando la storia, accelerando il ricambio. Oggi per un attimo ferma. Di ferro.

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