Le elezioni in Germania e il frammentato quadro politico europeo

domenica, 17 aprile 2016 @ 15:24

Le elezioni regionali tedesche hanno aggiunto un ulteriore motivo di preoccupazione per lo sviluppo del processo di integrazione in Europa. I primi commenti si sono soffermati soprattutto sulla significativa affermazione elettorale del partito antieuropeista di destra Alternative für Deutschland, ma si trattava di un risultato abbastanza scontato dopo le aperture ai migranti della Merkel e gli incidenti di fine anno a Colonia. A ben vedere, è assai più preoccupante la frammentazione del quadro politico: in due dei tre stati nei quali si è votato i due principali partiti non hanno insieme la maggioranza assoluta. Non è una novità in Europa. Basti pensare alle elezioni spagnole di dicembre, a quelle irlandesi di febbraio e al nostro parlamento nel quale abbiamo spesso avuto maggioranze variabili negli ultimi due anni. La crescita dei partiti antieuropeisti, dunque, non solo condiziona le scelte dei leader di governo, spingendoli verso posizioni più populiste, ma rende più instabili le maggioranze.

Il problema è che alla frammentazione interna si aggiunge un analogo fenomeno sul piano europeo che rende sempre più difficile la governancenell’Unione. Mentre per i primi decenni, la Comunità si è retta sull’asse franco-tedesco, ormai è rimasto solo un barlume di quest’alleanza. La Germania ha condotto i giochi, anche se in un crescente isolamento, mentre la Francia si è posta al traino dato il fallimento della propria politica economica. Del vecchio asse sono rimasti solo occasionali articoli congiuntamente firmati da autorevoli esponenti dei due paesi (come la recente proposta di unMinistro delle finanze dell’Ue dei governatori delle due banche centrali). Si sono poi affacciati alla ribalta prepotentemente nuovi attori: per esempio, il Gruppo di Visegrád, di cui fanno parte Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, nato all’inizio degli anni ’90 per favorire una rapida integrazione dei paesi più sviluppati dell’ex area d’influenza sovietica, è riapparso sulla scena politica in questi ultimi mesi per contrastare le aperture della Merkel ai flussi migratori. Il governo italiano ha, invece, recentemente lanciato un’iniziativa per rilanciare la cooperazione in Europa invitando gli altri cinque paesi fondatori della comunità a prendere posizione. In un’Europa nella quale manca una leadership in grado di trovare un collante, ciascuno cerca alleanze fuori dalle sedi istituzionali.

Come se non bastasse, poi, le principali decisioni vengono prese al di fuori dai meccanismi previsti dai Trattati istitutivi: il metodo comunitario, infatti, sempre più spesso lascia il passo a quello intergovernativo. Basti pensare che le principali riforme dell’eurozona (dal Fondo Salva Stati al Fiscal Compact) sono state adottate in forma di accordo internazionale. Il che, ovviamente, presuppone il formarsi di equilibri politici diversi da quelli previsti dai Trattati.

E per concludere, a proposito di frammentazione, basti accennare al rischio che dalle urne il prossimo 23 giugno esca una maggioranza favorevole alla fuoriuscita del Regno Unito dall’Unione.

Se ci guardiamo indietro, vediamo che l’Unione ha fatto importanti passi avanti solo quando ha avuto una Commissione forte – in grado di indicare il percorso – e il supporto dei principali paesi che hanno espresso leadership con una chiara visione europeista. Così, per esempio, è stato all’epoca di Delors e per certi versi di Prodi che, con il supporto franco-tedesco, hanno guidato l’Europa verso il completamento del mercato interno, la moneta unica e l’allargamento a 25 e oltre. La Commissione Barroso non ha avuto alcuna incisività e il “pallino” è tornato ai governi (prevalentemente alla Germania, date le difficoltà politiche ed economiche degli altri). Per quanto siano state scelte controverse, e gli eccessi della politica di austerity siano stati poi contestati, va comunque dato atto che sotto la rigorosa guida tedesca si è comunque salvato l’euro e tenuta insieme l’Unione.

Oggi la situazione è più problematica perché, da un lato, i governi nazionali sono in una posizione di maggiore debolezza (stretti tra ripresa che non arriva, spinte secessioniste, crescente xenofobia, ecc.) e dall’altro lato, l’Unione non riesce a ritrovare se stessa individuando un percorso che la porti fuori delle secche di questo indecisionismo. Tutte le grandi battaglie sembrano destinate ad arenarsi in interminabili lungaggini: dal piano Juncker alle decisioni su migranti e accordo di Dublino, per citarne solo due di veramente urgenti. A quest’ultimo riguardo, non si creda che il recente accordo con la Turchia risolva la situazione: servirà solo a spostare i flussi migratori dai Balcani al Nord Africa.

Difficile dire cosa venga prima: è la crisi politica negli stati membri che frena l’azione propulsiva dei governi e indebolisce l’Unione o viceversa è la paralisi dell’Europa a far prosperare i movimenti antieuropei e dunque indebolisce i governi? È un po’ come dire se venga prima l’uovo o la gallina. È un circolo vizioso nel quale ciascun fenomeno contribuisce a rafforzare l’altro.

E allora come se ne esce? L’unica soluzione è cambiare radicalmente l’approccio verso l’Europa che nella narrativa interna dev’essere rappresentata non più un capro espiatorio o un vincolo esterno, bensì come un’opportunità. Nel merito, prima di cercare nuove regole di governance (un tema che non si potrà seriamente affrontare fino alle elezioni francesi e tedesche dell’anno prossimo), occorre concentrarsi sulle misure che possono favorire la crescita e che sono facilmente comprensibili da tutti: liberalizzazioni, digital single market, capital market union, accordi di libero scambio, l’accelerazione nella implementazione del piano di infrastrutture, l’attuazione del pacchetto per l’energy union. Questa non è retorica europeista, ma sono misure concrete che possono avere un impatto sulla vita di tutti noi. Chi avrà il coraggio di portare avanti con decisione queste battaglie acquisterà un peso specifico che potrà spendersi tanto a casa, rafforzando la propria leadership e contrastando le forze più nazionaliste, quanto in Europa, dove supportando la Commissione in questa fase delicata, potrà trovare un importante alleato.

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