Le riforme istituzionali e il dilemma del prigioniero

domenica, 9 giugno 2013 @ 22:53

Il dibattito sulle riforme istituzionali sta prendendo una brutta piega. Come nel dilemma del prigioniero, anziché cooperare per ottenere il risultato per tutti migliore, i partiti si preoccupano solo di limitare i propri rischi. In altri termini, si pensa più a impedire che l’avversario politico possa trarne un (presunto) vantaggio che al bene del Paese. E così ancora una volta si corre il pericolo di giungere a un nulla di fatto per effetto di veti incrociati.

Innanzitutto, la discussione sul presidenzialismo è viziata dal retro pensiero che Berlusconi, il demagogo per antonomasia, sia eletto grazie al voto popolare, nonostante l’età, i vari processi (e le condanne), i fallimenti del passato e la disistima internazionale. Ovviamente non si può escludere che Berlusconi si presenti, ma oggi vi sarebbero altri candidati in grado di far leva sul voto popolare (a cominciare da Renzi).

Ancora una volta, dunque, il fattore B polarizza l’attenzione, distogliendo dalle vere questioni in gioco e diventando, paradossalmente, la più classica delle profezie che si auto-avverano. Si guarda cioè solo all’indomani, dimenticando che le riforme sono destinate a durare ed è meglio cercare la soluzione più confacente ai mali del paese.

Altrettanto superficiali sono le affermazioni secondo le quali il presidenzialismo non funzionerebbe mai in Italia, a differenza di molti altri paesi occidentali (in primis Francia e Stati Uniti) – perché gli italiani sono un popolo che si lascia facilmente incantare dall’”uomo forte” e rischieremmo di finire nelle mani di un despota. Si tratta ovviamente di affermazioni apodittiche, un po’ come quelle che attribuiscono la paralisi della giustizia civile alla “connaturata litigiosità dei nostri connazionali” anziché ai vizi di un sistema che incentiva a promuovere cause pretestuose. E sono affermazioni tanto più fastidiose in quanto si pretende di dare risposte tecniche a problemi importanti partendo da basi irrazionali e indimostrabili.

Non molto dissimili sono, a nostro avviso, le posizioni di coloro che, quasi fideisticamente, definiscono la nostra Costituzione “la più bella del mondo” e si oppongono a ogni tentativo di modificarla. Con tutto il rispetto per i nostri padri costituenti, data la situazione di stallo istituzionale e di reiterata crisi politica l’evidenza empirica sembrerebbe suggerire il contrario. Peraltro, non si possono dare tutte le colpe alle riforme della legge elettorale succedutesi negli ultimi vent’anni. Anche la Prima Repubblica non ha funzionato molto bene, se si pensa che dal dopoguerra al 1993 abbiamo avuto 51 governi.

In realtà la discussione dovrebbe partire dai problemi ai quali si cerca di dare risposta con la riforma costituzionale. A nostro avviso, qualsiasi riforma dovrebbe mirare a tre obiettivi: governabilità, accountability ed execution.

Il primo obiettivo è evidente. Nonostante gli sforzi di questi ultimi anni, non solo i grandi partiti non sono riusciti ad aggregare quelli più piccoli per giungere al bipartitismo dei paesi più maturi, ma neppure il bipolarismo si è radicato. Le ultime elezioni lo hanno dimostrato. Occorre dunque incentivare i diversi partiti e movimenti a raggrupparsi e questo sicuramente è favorito dal doppio turno.

Il secondo obiettivo – lo abbiamo già trattato in un nostro precedente intervento – riguarda appunto la responsabilizzazione della classe dirigente. Ovvero, chi si presenta alle elezioni deve rispondere delle proprie azioni (od omissioni) ai propri elettori. Invece, siamo soliti sentire proclami di programmi miracolosi (dal milione di posti di lavoro al reddito di cittadinanza per tutti), subito dimenticati dopo le elezioni. La scusa è quasi sempre la stessa: “io avrei voluto farlo, ma me lo hanno impedito”. È dunque necessario che il leader della coalizione vincente possa godere di una propria maggioranza che consenta di attuare il programma presentato agli elettori.

Le alleanze post-elezioni invece fanno sì che tutte le promesse vengano annacquate in un compromesso al ribasso. Un paper di qualche anno fa di Alesina, Ardagna e Trebbi dimostrava che la correzione dei deficit di bilancio e dell’inflazione avviene più facilmente nei paesi con governi “forti” (ovvero con un sistema presidenziale o nei quali il governo dispone di una larga maggioranza e l’esecutivo incontra meno vincoli).

Il terzo obiettivo riguarda la fase di attuazione delle riforme. In Italia siamo pieni di belle idee, ma manca l’execution. Manca per molteplici ragioni: per le lungaggini parlamentari, in parte imputabili al bicameralismo perfetto; per la tecnica legislativa che spesso consiste nell’emanazione di leggi generiche la cui esecuzione presuppone poi una normativa secondaria (i cosiddetti decreti attuativi) che non arriva mai, anche per le resistenze della burocrazia ministeriale; perché i governi durano poco; perché sempre più spesso ci si limita all’effetto annuncio dei provvedimenti in assenza degli articolati di legge ecc.

I rimedi sono dunque l’abolizione del bicameralismo, la semplificazione dell’iter legislativo, la creazione di corsie preferenziali per il dibattito parlamentare che consentano di legiferare senza abusare della decretazione. Tutto questo però non basterà se non si provvederà anche, sulla base di una normativa che già consente lo spoil system, a creare una nuova classe dirigente che sostituisca quella che Roberto Mania e Marco Panara hanno chiamato la “Casta dei Quiriti“.

Ci sono già 35 saggi, esperti di diritto costituzionale, chiamati a discutere di queste problematiche e non vogliamo certamente rubare loro il mestiere. Ci preme però che qualsiasi risposta venga data in questa sede parta dai problemi reali del paese, eviti pregiudiziali ideologiche e giochi politici, si fondi su solide argomentazioni e soprattutto sia realistica. L’alternativa, come nel dilemma del prigioniero, è una lunga condanna per tutti.

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