L’Italia non è il Belgio

venerdì, 22 marzo 2013 @ 11:23

Il Belgio è rimasto quasi due anni privo di un governo, tra le elezioni di giugno 2010 e la fine del 2011, per l’incapacità dei partiti di trovare un accordo. Quasi due anni che le cronache definiscono “felici”: con un tasso di crescita, nel 2010 e 2011, pari rispettivamente al 2,4 e all’1,8%, un debito pubblico inferiore al 100% del Pil, e la disoccupazione in calo dall’8,3% al 7,2%. E’ un modello esportabile?
Molti in Italia flirtano con l’idea, usando la formula – oscura e pudica assieme – della “prorogatio” del governo Monti per lo svolgimento degli affari ordinari (o invocando un governo di minoranza dedito solo alla riforma della legge elettorale in attesa di tornare alle urne). Rispondere in astratto è impossibile. La mancanza di un esecutivo nel pieno dei propri poteri determina un mantenimento dello status quo. Ma questo è un lusso che non possiamo permetterci. Anche senza scomodare le grandi e gravi incertezze che offuscano il nostro futuro (a partire dalle conseguenze, ancora tutte da capire, dell’affaire Cipro) sulle scrivanie di Palazzo Chigi si sono accumulati troppi dossier. Dossier che, pur non essendo singolarmente risolutivi, hanno, nel loro complesso, l’effetto di disincentivare gli investimenti, aggravando le normali conseguenze di una congiuntura negativa.

Gli investimenti sono importanti perché sono l’architrave della crescita, specie nei paesi a medio-alto reddito. Sempre per mantenere il confronto – e giustificare l’importanza di questo tipo di parametro – nel 2011 in Italia gli investimenti diretti esteri valevano, come flusso, il 2,4% del Pil (in Belgio il 7,6%), e come stock il 25,4% (contro l’89,9% del Belgio). Insomma, le situazioni di partenza sono tanto dissimili, che non si può pensare di curare i due paesi con strumenti analoghi. I risultati elettorali e l’instabilità politica in Italia costituiscono poi un ulteriore freno agli investimenti esteri che già nel 2012 hanno visto un significativo calo rispetto agli anni precedenti al punto che Monti e Grilli hanno fatto dei veri e propri road show, nel sudest asiatico, nel medio-oriente, e più di recente, a New York per sollecitare gli investitori esteri a convogliare capitali nel nostro paese.

Vediamo alcuni dei nodi che vanno sciolti, ma che in assenza di un esecutivo con una propria maggioranza parlamentare difficilmente potranno esserlo.

Anzitutto, si punta spesso il dito contro l’arretratezza infrastrutturale dell’Italia. L’investimento in infrastrutture, per la sua natura capital-intensive e per i lunghi tempi di ritorno, ha bisogno di un quadro
di riferimento chiaro e stabile, cosa che nel nostro paese manca da lungo tempo. Il governo Monti aveva compiuto una scelta più che condivisibile: concentrare i poteri di regolazione infrastrutturale e trasportistica all’interno di un’unica Autorità indipendente. Purtroppo, per l’impossibilità di superare i veti incrociati, tale organismo non si è mai insediato. Il risultato è che i (potenziali) investitori oggi non solo non hanno alcun interlocutore istituzionale, ma neppure sanno chi potrebbe esserlo.

Nell’energia, altro segmento nevralgico, è appena stata varata la versione definitiva della Strategia Energetica Nazionale (Sen). La Sen è un documento dalla natura giuridica ambigua: definisce obiettivi di breve-medio termine non vincolanti e lascia intendere che la realizzazione di alcune infrastrutture (ad es. un certo numero di rigassificatori; inizialmente 3-4 e ora, apparentemente, uno solo) possa essere assistita da sussidi. L’incertezza su cosa, come e quando paralizza ogni investimento: nessuno è disposto a prendersi il rischio di rimanere spiazzato da un concorrente più avveduto, tanto meno nell’attuale fase di mercato lungo.

Nei servizi pubblici locali, il tortuoso percorso di riforma è stato compromesso dal referendum del 2011 sulla “privatizzazione” dei servizi idrici e definitivamente affossato dalla decisione con cui la Corte Costituzionale ha annullato i provvedimenti successivi, che ricalcavano le norme abrogate dal voto popolare. Qui la situazione è paradossale: tutti convengono sulla necessità di attirare capitali privati e rendere più efficiente la produzione dei servizi e rendere più tollerabili i tagli imposti dal patto di stabilità. Ma la mancanza di un qualsivoglia quadro normativo di riferimento disincentiva gli enti locali dal bandire le gare e spaventa i potenziali concorrenti.

Non parliamo poi della tanto attesa delega fiscale, abbandonata per effetto delle dimissioni del Governo a pochi passi dalla meta, che avrebbe dovuto semplificare la materia e portare chiarezza ai contribuenti. Mancano ancora all’appello poi molteplici atti di normazione secondaria necessari perché le leggi approvate esplichino compiutamente i propri effetti e restano aperti vari dossier “caldi” delle imprese a partecipazione statale (a cominciare dalle prospettate dismissioni di Finmeccanica).

In parole povere, è vero che – sotto alcune condizioni molto particolari – l’assenza di un governo può avere effetti positivi, perché impedisce di compiere errori troppo gravi (sic). Tali condizioni non sussistono in Italia, e l’errore peggiore che possiamo fare è rimandare, aspettandoci che il tempo curi le nostre malattie. Purtroppo, ci siamo abituati. Come diceva Calamandrei, il rinvio è il simbolo della vita italiana: non fare mai oggi quello che potresti fare domani.

Carlo Stagnaro e Alberto Saravalle.

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