Scacco matto alla Russia con il libero scambio

lunedì, 28 luglio 2014 @ 19:21

Il mondo sta cambiando. I rapporti di forza tra i principali attori sulla scena internazionale – e gli strumenti con cui essi perseguono i propri obiettivi geopolitici – stanno evolvendo con grande rapidità. L’acuirsi in queste settimane della tensione in Ucraina, con l’abbattimento del jet malese, rappresenta forse l’acme di un fenomeno complesso: le principali potenze si stanno reciprocamente sondando. Mosca, in particolare, sta giocando un gioco pericoloso nelle varie aree critiche dello scenario internazionale (Siria, Gaza, Ucraina, Libia, Iraq) per verificare fino a che punto possa spingersi. Stati Uniti e Unione europea, però, non sembrano riuscire a rispondere con sufficiente determinazione. Le esitazioni dell’uno forniscono l’alibi alle incertezze dell’altro. Sarebbe sbagliato, a nostro avviso, pensare che la sola possibile risposta al neo espansionismo russo sia l’imposizione di sanzioni commerciali. Esse sono, infatti, una soluzione inevitabilmente di breve termine. Un embargo, sul modello di quello sperimentato da decenni con Cuba o, in tempi più recenti con l’Iran, sarebbe impossibile da realizzare. Sarebbe, infatti, talmente costoso da rappresentare una minaccia priva di ogni credibilità. La partita, insomma, si gioca altrove: l’arena principale è quella del commercio internazionale e delle nuove regole che si stanno definendo in questi mesi.

In questa prospettiva, l’attore centrale oggi sono proprio gli Usa, e il campo di gioco è apparentemente distante dallo scacchiere russo. Washington sta negoziando simultaneamente due importanti trattati internazionali: la Trans Pacific Partnership (Tpp) con dodici paesi del Pacifico e la Transatlantic Trade and Investment Partnership (Ttip) con l’Europa. I due trattati, pur molto diversi tra loro, hanno finalità analoghe. Sul piano dei contenuti, la Tpp ha indubbiamente profili di maggiore criticità, date le profonde differenze tra i sistemi giuridici dei paesi interessati: si pensi – per fare solo due esempi – alla legislazione del lavoro e alla tutela dei diritti umani. Eppure è in dirittura d’arrivo. Alcuni osservatori ritengono che entro la fine dell’anno si perverrà alla conclusione dell’accordo.

La Ttip è più rilevante, quanto meno dal punto di vista delle dimensioni delle economie coinvolte: insieme Europa e Stati Uniti producono quasi la metà del Pil mondiale. Si tratterebbe del più vasto accordo di libero scambio della storia. Essa, però, ha una tempistica più dilatata per la maggiore complessità negoziale. Dato il livello d’integrazione già raggiunto tra Usa e Ue, gli sherpa sono, infatti, costretti a discutere un’infinità di questioni di dettaglio che toccano delicati interessi economici. Si discute non tanto sulle barriere tariffarie, quanto su quelle regolatorie, che rappresentano oggi lo strumento primario con cui gli Stati oggi ostacolano l’ingresso dei produttori stranieri sui mercati domestici. Opportunità, rischi e difficoltà della Ttip sono bene analizzati in questo articolo di Dennis Novy. Noi stessi ci eravamo occupati del tema qui.

Un importante aspetto di questi negoziati al quale avevamo già accennato, ma su cui conviene tornare in questa sede per le importanti conseguenze geopolitiche, è il rapporto ambiguo tra Tpp e Ttip, da un lato, e le negoziazioni multilaterali condotte in sede Wto, dall’altro. L’apertura del commercio mondiale, tra la metà degli anni Novanta e la metà degli anni Duemila, ha seguito la strada del multilateralismo. Il vantaggio degli accordi multilaterali, a dispetto della loro ovvia maggiore complessità negoziale, è che essi implicano un salto quantico nelle relazioni economiche a livello mondiale. Il Doha Round – il più visionario tentativo di battere questa via – si è però arenato tra i veti reciproci e oggi non sembra avere alcuna possibilità di tornare realisticamente sull’agenda. I progressi in atto sul fronte Tpp e Ttip rappresentano, in questa prospettiva, un passo avanti o uno indietro? In qualche modo, entrambi, e quale dei due sia più lungo lo sapremo solo a cose fatte. Il passo indietro è ovvio: di fatto, le questioni legate al commercio internazionale sono tornate ad assumere una dimensione bi- o meglio pluri-laterale, e hanno perso la natura globale che per un periodo esaltante avevano avuto. Tuttavia, con la conclusione di Tpp e Ttip può ripartire, sia pure in modo indiretto, il multilateralismo. Quanto meno nei fatti. Se davvero gli Usa riuscissero a portare a casa i due trattati, in termini anche solo in parte analoghi, il risultato sarebbe stabilire uno standard al quale gli altri paesi, se non vorranno restarne esclusi, dovranno prima o poi adeguarsi, a partire dalla Cina, l’elefante che, pur restando fuori della stanza, segue da vicino e con interesse l’evoluzione della Tpp. E quindi si finirà per restituire centralità alla Wto come camera di compensazione dei relativi aggiustamenti.

Cosa c’entra, tutto questo, con i rapporti geopolitici tra Occidente e Russia? C’entra, perché – in un mondo caratterizzato dalla scomparsa delle potenze globali e segnato sempre più da dinamiche regionali – i rapporti di forza si misurano non solo secondo il metro del potenziale bellico degli eserciti, ma anche sul continuum che va dall’indipendenza all’integrazione fino alla dipendenza economica tra i paesi. L’indipendenza reciproca non è, in sé, un bene: perché, pur rappresentando la condizione ideale per gli strateghi della geopolitica, generalmente implica forme di autarchia che impoveriscono tutte le parti. Dall’altro lato, la dipendenza – specie quando è unilaterale – rappresenta a sua volta una condizione insoddisfacente. Il rapporto tra Europa e Russia, in particolare, è stato a lungo segnato da una dipendenza energetica di Bruxelles da Mosca. Questo è oggi molto meno vero che in passato, perché i mercati del gas oggi non sono più mercati “del venditore”, ma vedono una parziale inversione del potere contrattuale. Nondimeno rimane un elemento patologico. Aprire nuove vie di approvvigionamento – per esempio collegando i mercati del gas americano ed europeo – è un mezzo per trovare un giusto equilibrio tra dipendenza e indipendenza: l’equilibrio, appunto, dell’integrazione. Un ragionamento che lo stesso Putin ha fatto proprio, come dimostra la fretta con cui ha concluso gli accordi per la fornitura del gas alla Cina.

Tutto questo non vuole negare l’importanza e l’urgenza per Europa e Stati Uniti di assumere una posizione anche dura contro Putin (pur dubitando che le sanzioni economiche siano lo strumento migliore per alzare la voce). Il fatto è che occorre creare nuovi equilibri di lungo termine, e per farlo è necessario fare il massimo sforzo per ampliare gli spazi di integrazione e di scambio tra le principali economie del pianeta, anche a costo di forzare la mano per superare le opposizioni interne. Dire “no” è facile e c’è sempre una buona ragione sul piano formale: tutelare delle industrie strategiche, delle categorie di lavoratori, ecc. Nessuno nega che l’integrazione economica produca nel breve termine costi di aggiustamento che vanno gestiti, e anche questo va considerato – anzi, dovrebbe essere al cuore del dibattito interno. Ma nulla di tutto ciò può controbilanciare gli enormi benefici, economici e politici, del libero scambio globale. L’Italia, che ha posto il Ttip tra le priorità del semestre di presidenza dell’Unione europea, può e deve dare un contributo sostanziale a creare un clima favorevole a dire dei “sì” che siano forti, chiari, e sostenibili nel lungo termine.

Carlo Stagnaro e Alberto Saravalle

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