Smantelliamo sussidi e distorsioni del mercato dell’energia: se non ora quando?

mercoledì, 21 gennaio 2015 @ 20:37

La storia insegna che le politiche di disarmo, per funzionare, devono essere bilaterali. Il calo del prezzo del petrolio ci offre oggi l’opportunità inattesa e imprevedibile per operare un particolare tipo di disarmo: lo smantellamento di ostacoli regolatori e sussidi nei mercati energetici europei. È la tesi che propone la copertina dell’Economist, ma, secondo noi, vale la pena spingersi ben oltre quanto faccia il settimanale britannico. Infatti, le peculiarità del momento storico che stiamo attraversando inducono a rivedere nel suo complesso anche la politica energetica europea e la stessa raison d’être “dell’Unione” in questo particolare campo.

Intendiamoci: il crollo delle quotazioni petrolifere, con il conseguente ridursi della bolletta pagata dai paesi consumatori, è già da tempo al centro dell’attenzione sotto molti profili. Gli effetti geopolitici, le conseguenze redistributive e gli impatti di medio termine sugli investimenti e l’industria sono tutte questioni di cruciale importanza sia nel definire i rapporti di forza esistenti, sia nel lasciare intuire quale sarà il corso futuro degli eventi. C’è, però, anche una dimensione politica in quanto sta avvenendo, nel senso che l’attuale congiuntura di petrolio a buon mercato – che forse non è destinata a durare in eterno, ma certo si protrarrà ancora per qualche tempo – rende possibili interventi che, per ragioni pragmatiche, prima non lo erano. Come scrive, forse un po’ troppo enfaticamente, l’Economist, i grandi cambiamenti degli ultimi decenni – dall’apertura della Cina alle logiche di mercato avviata da Deng Xiaoping nel 1978 alla “terapia shock” della Polonia negli anni ’90 sono tutti stati resi possibili da condizioni esterne propizie.

La situazione energetica dell’Ue oggi è presto descritta: grazie al mini-barile e al calo dei consumi dettato dalla crisi (oltre che da una serie di parziali e faticosi ma significativi tentativi di razionalizzazione dei propri sistemi energetici da parte degli Stati membri) la bolletta energetica è relativamente contenuta, la bilancia commerciale è migliorata e la sicurezza degli approvvigionamenti non rappresenta una minaccia. Inoltre, l’Ue sta decidendo proprio in questi mesi la politica climatica, mentre ha appena introdotto nuove linee guida sugli aiuti di stato in materia di energia, come risposta alla disordinata crescita degli strumenti di supporto alle fonti rinnovabili degli scorsi anni. Da ultimo, e con grande ritardo, la Commissione ha finalmente promosso una accurata indagine sullo stato dell’arte dell’integrazione dei mercati energetici europei e sulle varie forme di aiuto e sussidio attualmente poste in essere (sotto alcuni aspetti quest’ultima indagine è discutibile, ma non è questa la sede per approfondire tale specifico aspetto).

Il punto è, intuitivamente, semplice. Per un verso molte fonti di energia, e in particolare i combustibili fossili, beneficiano nei vari Stati membri dell’Ue d’innumerevoli sussidi sia alla produzione sia al consumo. Se nel caso delle rinnovabili questo è parzialmente giustificato (ancorché inefficiente) in virtù delle esternalità positive che esse generano, non vi è alcuna ragione per mantenere le agevolazioni vigenti per gli idrocarburi. Ne sono esempi gli sconti accordati a specifiche categorie di consumatori (come gli autotrasportatori e alcune società energivore), e le agevolazioni esplicite o implicite alle attività estrattive. Tutte queste politiche sono figlie di un approccio “antico” alla politica industriale, tutto teso a individuare a priori i vincitori , piuttosto che a creare un campo da gioco competitivo nel quale siano le imprese e i settori più efficienti a imporsi.

Tuttavia, mettere le mani su questo dossier è assai spinoso: eliminare i sussidi al consumo induce, infatti, almeno nel breve termine, a far salire i prezzi, almeno per coloro che in precedenza ne godevano. Il che è impopolare e lo è ancor di più quando le dinamiche di mercato (oltre alla fiscalità applicata) già comportano prezzi salati, com’è stato per il petrolio fino a poco tempo fa. Mettere in discussione i sussidi alla produzione può determinare l’anti-economicità di alcune attività e, dunque, mettere fuori mercato alcune imprese e i loro dipendenti. Il cheap oil, paradossalmente, agevola questo processo di riorganizzazione: il repentino calo dei prezzi, infatti, rende politicamente possibile ridurre i sussidi al consumo, in quanto ne attutisce l’impatto sui consumatori. Allo stesso modo, prezzi attorno ai 50 dollari al barile, o inferiori, già di per sé fanno venir meno i fondamentali per la sopravvivenza delle attività estrattive nelle regioni ad alti costi marginali di estrazione e, di conseguenza, rendono relativamente indolore il superamento dei sussidi.

Se dunque l’Unione europea approfittasse della congiuntura per fare pulizia, compirebbe un’opera da molto tempo attesa e meritoria. Il trend è già iniziato: per esempio, a partire dal 2015, il governo italiano ha per la prima volta fatto venir meno i sussidi precedentemente accordati alle centrali elettriche a olio combustibile, senza che si sollevassero i consueti lamenti delle categorie interessate. Tuttavia, mettere mano ai sussidi ai combustibili fossili è solo una parte dell’intervento necessario. Se si crede – come dice la Commissione – nella necessità di promuovere la “Energy Union“, bisogna ricondurre a una matrice razionale tutte le forme di sussidio a tutte le fonti energetiche. Questo sforzo è già implicito sia nelle citate linee guida sugli aiuti di stato – che sono contrarie agli incentivi differenziati per fonte – sia nell’accordo sul clima per il 2030, che riduce l’enfasi sugli obiettivi di politica industriale (favorire le rinnovabili) per spostarla su quelli ambientali (ridurre le emissioni). Se davvero, come sta emergendo al meeting in corso a Davos, petrolio e clima sono destinati a essere tra i grandi temi del 2015, allora occorre guidare gli eventi, piuttosto che subirli.

Rivedere nel complesso le politiche energetiche europee non significa mettere in dubbio gli obiettivi di lungo termine, ma adottare strumenti adeguati e tali, nel contempo, da non contraddire altre priorità dell’Ue quali, per esempio, la liberalizzazione dei mercati e la loro integrazione. Il calo dei prezzi del petrolio apre una finestra di opportunità durante la quale si possono fare cose che, in precedenza, avrebbero richiesto un enorme investimento in capitale politico.

Il momento è favorevole. Negli ultimi anni molti, noi per primi, hanno citato l’ormai famosa battuta “mai sprecare una buona crisi”. Oggi, più semplicemente, si tratta di non sprecare una buona occasione.

Carlo Stagnaro e Alberto Saravalle

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