Le mie priorità

Le_mie_priorita_AS

“TO GIVE BACK”. CIÒÈ RESTITUIRE ALLA COLLETTIVITÀ QUANTO SI È AVUTO DALLA VITA

A un certo punto della vita si percepiscono delle urgenze. Nella mia ho avuto l’opportunità di fare incontri che mi hanno insegnato molto e di occuparmi di argomenti complessi che hanno sfidato le mie capacità.
Credo che questo patrimonio di conoscenze e di esperienze – e soprattutto la capacità di costruire,  portando a compimento i progetti su cui lavoro (quella che in inglese è definita “effective execution”) – debba essere utilizzato non solo al servizio delle persone che si rivolgono a me come avvocato o dei miei studenti, ma più in generale della comunità, del pubblico, del paese in cui vivo.

Nei paesi anglosassoni chiamano questa attitudine  “to give back”: restituire alla collettività ciò che si è ricevuto dalla vita.
Oggi, come uomo e come cittadino, sento il bisogno di offrire un contributo esperto per costruire un’Italia meritocratica, civile, vitale, orgogliosa di se stessa. È questa la mia urgenza. Bisogna crederci, perché la meritocrazia e la certezza del diritto servono al paese, e a tutti.

COSTRUIRE UN PAESE CIVILE, MODERNO, CHE CRESCE: O ADESSO, O MAI PIÙ

Amo parlare chiaro. Non mi piace la demagogia. Oggi abbiamo bisogno di azioni competenti più che di bei discorsi.
Siamo in un momento di passaggio decisivo per il nostro paese.
Le occasioni mancate dell’ultimo ventennio non si contano più. Le conseguenze delle omissioni e delle scelte sbagliate sono sotto gli occhi di tutti: abbiamo perso capacità produttiva e competitività. Siamo schiacciati da un ingente debito pubblico e da un insopportabile carico fiscale. La giustizia è iniqua e inefficiente. La corruzione si è diffusa fino a diventare endemica. La macchina dello Stato è inceppata. E potrei continuare…
Di fatto, il paese è paralizzato e depresso.

Ci piace pensare di vivere in un paese moderno, che è la culla della civiltà, che fa parte del G8, che è amato e visitato da milioni di turisti. Ma la realtà, anche se da molte parti ci si ostina a mascherarla, è un’altra: per molti versi l’Italia non ha le caratteristiche che identificano qualsiasi paese civile.
Non possiamo definire “civile” un paese nel quale ci vogliono nove anni almeno per definire una lite: secondo la classifica Doing Business 2013 della Banca Mondiale, l’Italia si trova al 165 posto su 185 paesi analizzati per la durata di una normale controversia commerciale.

Non possiamo definire “civile” un paese dove il 40% dei detenuti è in attesa di giudizio, dove le prigioni sono sovraffollate e riservano un trattamento inumano ai carcerati.
Non possiamo definire “civile” un paese dove nove milioni di lavoratori sopravvivono con contratti precari, dove le università sfornano disoccupati illusi dal valore legale della laurea e dove, se si abita in certe regioni, si devono percorrere centinaia di chilometri per trovare un centro sanitario di eccellenza.
E non possiamo definire “civile” un paese dove le donne sono ancora in larga parte trattate come cittadini di serie B: anche se le nuove generazioni femminili sono le più preparate e istruite, ancora oggi hanno minori opportunità di accesso al lavoro, stipendi inferiori, minor peso sociale. E su tutte le donne ricadono ancora oggi pregiudizi sociali arcaici, una ripartizione sperequata del lavoro domestico, l’assenza di  aiuto e strutture per la cura dei figli e degli anziani.
O cambiamo rotta subito, con riforme strutturali e incisive, o siamo condannati a un declino tanto rapido quanto inarrestabile. La considerazione da fare non è perché adesso?, ma o adesso, o mai più.

TRADURRE UNA VISIONE IN AZIONI CONCRETE

Giustizia civile: decongestionare i tribunali civili dalle cause pretestuose o risolubili diversamente - Condannare pienamente la controparte al pagamento delle spese processuali, addebitandole anche parte del costo sostenuto dallo Stato. Adeguare il tasso di interesse legale al tasso di mercato.
Segnalare obbligatoriamente all’Autorità Giudiziaria statistiche anomale di contenzioso in particolari aree geografiche o settori. Incentivare la sottoscrizione delle polizze di tutela legale a copertura dei costi del processo. Migliorare la normativa sui filtri all’appello e al ricorso in Cassazione.
Realizzare un piano straordinario di smaltimento delle cause pendenti assumendo più giudici, avvalendosi delle entrate provenienti dalle sanzioni per l’abuso del processo e incentivando fiscalmente il ricorso a transazioni e procedure di ADR per le cause in corso.
Risolvere in via legislativa o introdurre percorsi accelerati in Cassazione per cause seriali. Aumentare sezioni e giudici specializzati. Riorganizzare la struttura degli uffici e generalizzare esperienze e metodi virtuosi di alcuni tribunali (es. Torino, Milano).

Giustizia penale: assicurare maggiore certezza delle pene - Riformare il sistema della prescrizione per evitare che lungaggini del processo (e tattiche dilatorie) di fatto vanifichino il lavoro svolto dai magistrati (128.531 prescrizioni nel 2011).
Incentivare il ricorso a riti alternativi. Limitare la carcerazione preventiva (circa il 40% dei detenuti non sconta una condanna definitiva). Incentivare il ricorso a misure cautelari meno afflittive (es. il braccialetto elettronico, già in vigore in altri paesi).

Corruzione: prevenire e combattere la corruzione - Introdurre una legislazione rigorosa su modelli anglosassoni di piena trasparenza della spesa pubblica, delle transazioni tra pubblico e privato o con soggetti politici, e dei patrimoni di funzionari pubblici (negli USA il Federal Funding Accountability and Transparency Act impone di pubblicare sul sito www.usaspending.gov tutti i contratti superiori a 20mila dollari siglati dal governo federale degli Stati Uniti).
Introdurre una normativa sul cosiddetto “whistleblowing” che introduca meccanismi premianti (incentivi economici o rilevanti sconti di pena) a coloro che portano le autorità a conoscenza di reati di corruzione.

Liberalizzazioni: creare opportunità di crescita e migliorare la qualità dei servizi attraverso la concorrenza - Liberalizzare tutti i servizi postali. Separare (e privatizzare) Bancoposta. Separare Trenitalia dalla rete ferroviaria e liberalizzare il trasporto regionale per i pendolari. Aprire alla piena concorrenza dei vettori la rete ferroviaria (non solo due competitors).

Privatizzazioni: ridurre il debito pubblico e valorizzare beni oggi in disuso o mal gestiti - Forzare gli enti locali a dismettere i propri beni, con una regia centrale (lo Stato ha in carico oltre il 90% del debito e ha bisogno di fare cassa dismettendo beni pubblici che, però, appartengono per l’80% a enti territoriali).
Queste le cose indispensabili da fare: completare l’opera di censimento della consistenza del patrimonio pubblico (finora solo il 53% degli enti locali ha risposto). Costringere gli enti locali a portare nei propri bilanci con trasparenza le partecipazioni e i beni di cui dispongono. Modificare il patto di stabilità, introducendo forti penalizzazioni per gli enti locali che non dismettono i beni o almeno non li trasferiscono ai fondi istituiti dal MEF.
Un solo esempio: ci sono 800.000 case dell’Edilizia Residenziale Pubblica i cui costi di manutenzione sono il doppio del reddito che producono, e che in larga parte sono affidate a persone che non hanno i requisiti per usufruirne. Dalla loro cessione si potrebbero ricavare circa 80 miliardi di euro. Per coloro che hanno titolo per acquistare una casa ma hanno difficoltà ad avere accesso al finanziamento si potrebbero predisporre piani di finanziamento agevolato.
È inoltre necessario riordinare le partecipazioni degli enti locali. Impugnare le leggi regionali che cercano di riqualificare società strumentali come servizi pubblici per eludere l’obbligo di dismissione. In generale, rafforzare i poteri del MEF, nei limiti consentiti dalla Costituzione, disponendone anche il potere sostitutivo laddove gli enti locali continuino a ostacolare la valorizzazione, la riqualificazione e la vendita dei propri beni.

Lavoro: abolire l’apartheid in cui si trovano 9 milioni di precari - Semplificare le tipologie contrattuali. Prevedere indennizzi crescenti nel tempo a favore del lavoratore in caso di cessazione del rapporto di lavoro. Limitare ai casi di abuso o patologici il ricorso all’autorità giudiziaria.

 


Copyright © 2013 Tutti i diritti riservati