Ogm: se le regole valgono solo per gli altri

giovedì, 27 giugno 2013 @ 16:45

“L’italiano rispetta la legge soprattutto se coincide con i suoi interessi”. Questo vecchio aforisma è tanto più vero in quanto si riferisce al rispetto del diritto dell’UE. Nonostante il nostro europeismo di bandiera, infatti, gran parte dei nostri politici guarda all’Europa prevalentemente per attingere fondi (che per la verità non riusciamo neppure in parte minima a spendere) e per far passare riforme necessarie, ma impopolari, che nessuno vorrebbe altrimenti sottoscrivere. Che siamo tradizionalmente negligenti nel recepire le norme europee è un fatto noto. Negli ultimi tempi, però, stiamo anche divenendo apertamente (e scientemente) inadempienti, come dimostra la sortita del Ministro dell’Agricoltura, Nunzia De Girolamo, sugli Ogm.

L’antefatto: l’Italia ha sempre avuto un atteggiamento scettico, per usare un eufemismo, in tema di organismi geneticamente modificati. Benché l’UE avesse previsto un processo autorizzativo centralizzato che sottopone le varietà per le quali viene chiesta l’autorizzazione alla semina a test molto gravosi affidati all’Autorita’ per la sicurezza alimentare (con sede a Parma), il nostro paese ha fatto di tutto per sbarrare comunque la strada alle biotecnologie. Un agricoltore (Giorgio Fidenato) è riuscito però a rimettere la questione in via pregiudiziale alla Corte di Giustizia che gli ha dato ragione, ritenendo inammissibili le ulteriori autorizzazioni nazionali: “il diritto dell’Unione dev’essere interpretato nel senso che la messa in coltura di organismi geneticamente modificati quali le varietà del mais MON 810 non può essere assoggettata a una procedura nazionale di autorizzazione quando l’impiego e la commercializzazione di tali varietà sono autorizzati“. (Qui l’analisi di Giordano Masini). Dopodiché, ha scritto alla Commissione Europea chiedendo di attivarsi per il rispetto del diritto dell’Unione, che continuava a essere palesemente violato dal nostro paese.

Il Ministro De Girolamo, tradizionalmente ostile agli Ogm, anziché conformarsi al dettato della Corte, come ci si dovrebbe attendere in questi casi, ha scelto di ribellarsi. Intervistata dal Corriere della sera, ha detto: “Farò un decreto a tre firme per vietare la coltivazione di Ogm in Italia… L’Europa lo potrebbe impugnare, è vero, e ci esponiamo a una violazione delle regole comunitarie. Però nei confronti della Francia, che ha bloccato le coltivazioni Ogm con un provvedimento simile, Bruxelles non ha ancora avviato la procedura di infrazione“. Le altre due firme dovrebbero essere quelle del Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, e del ministro dell’Ambiente, Andrea Orlando, che hanno già appoggiato la proposta (qui e qui).

Il problema sul quale intendiamo richiamare l’attenzione in questa sede non è quello di merito relativo agli Ogm. La questione, ben più profonda, è il rapporto della nostra classe politica con le regole. Un’ampia letteratura economica ha affrontato la tensione tra “regole” e “discrezione” (per esempio in politica monetaria e in altri campi della regolamentazione -qui la sintesi di Richard Posner): tendenzialmente, le regole funzionano meglio dell’arbitrio politico perché generano delle aspettative e un clima di prevedibilità che è più compatibile con la propensione a investire. Al contrario, proporre deliberatamente di ignorare obblighi assunti sul piano internazionale finisce per squalificare il paese, facendolo percepire come inaffidabile, anche in settori diversi e distanti da quello direttamente interessato. La stessa sensibilità dei mercati finanziari agli andamenti dei nostri conti pubblici deriva, almeno in parte, proprio dalla scarsa fiducia nel paese: gli spread scontano i dubbi sulla volontà, oltre che la capacità, dell’Italia di far fede ai propri impegni.

In altre parole, poco importa quale sia la posizione di ciascuno di noi sull’ingegneria genetica. Il punto è che l’Italia, aderendo all’Unione Europea, ha accettato di assoggettarsi alle regole adottate dalle sue istituzioni nell’ambito delle competenze fissate dal Trattato. Di fronte alla sentenza della Corte di Giustizia un paese serio non può che adeguarsi, seppure a malincuore, e al limite battersi per cambiare le norme europee, rendendole più severe. La reazione sollecitata dal Ministro De Girolamo è il comportamento peggiore: un po’ come un individuo che, multato per divieto di sosta, strappi la multa e torni con l’auto sul marciapiede. Non solo l’Italia finirà inevitabilmente per essere sanzionata, ma trasmetterà a tutti l’immagine di un paese inaffidabile reticente al rispetto della “rule of law“.

Peraltro, questa è solo l’ennesima dimostrazione di un atteggiamento insofferente per le regole dell’Unione che confliggono con interessi delle diverse constituency che appoggiano il governo. Basti ricordare la battaglia della Lega – all’epoca al governo – per non far pagare ai produttori di latte, che avevano superato le quote loro assegnate, le pesanti multe irrogate dalle istituzioni europee. A oggi, dopo diversi anni, tali sanzioni (pari a oltre €1,42 miliardi) non sono ancora state riscosse e nei giorni scorsi abbiamo ricevuto una messa in mora che prelude a una procedura d’infrazione. Altro esempio eclatante è quello della durata delle concessioni balneari: l’iniziale proroga di 30 anni, in palese contrasto con il diritto UE che prevede l’indizione di gare pubbliche a partire dal 2015, è stato ridotto in Parlamento, contro il parere dell’esecutivo, a cinque anni nel tentativo di trovare una “mediazione” con l’UE (come se si potesse negoziare il rispetto delle regole). Quando poi non violiamo apertamente le norme, ci distinguiamo per la tendenza a fare i “furbetti”. Così per esempio, di fronte all’obiezione dell’UE che i nostri “prezzi di riferimento” per i consumatori domestici di gas ed elettricità erano incompatibili con la liberalizzazione dei mercati retail ed erano pertanto accettabili solo se transitori, ci siamo limitati a definire come “transitorio” il sistema tuttora in vigore, senza fissarne un termine di scadenza.

L’Italia è nota per l’incertezza del suo quadro giuridico e questa è una delle ragioni per cui fatica ad attirare investimenti esteri. La settimana scorsa, abbiamo adottato proprio questa chiave interpretativa per commentare l’invito di Silvio Berlusconi a sforare il tetto del 3% di rapporto tra deficit e Pil. All’Europa – dicevamo - non piace la Commedia dell’Arte, tipica della nostra politica recente Avremmo preferito non doverci ripetere, ma i Ministri De Girolamo, Lorenzin e Orlando dovrebbero farsene una ragione: all’Europa, la Commedia dell’Arte continuerà a non piacere.

Carlo Stagnaro e Alberto Saravalle

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