Un nuovo asse italo-britannico in Europa: Why Not?

domenica, 21 luglio 2013 @ 15:15

Il viaggio di Letta a Londra nei giorni scorsi per incontrare Cameron riporta al centro del dibattito una serie di importanti questioni sul futuro dell’Europa. Troppe volte, negli ultimi tempi, i temi europei sono stati affrontati in chiave populistica con un bieco e crescente sentiment antieuropeo o con una quasi fideistica affermazione dell’armonizzazione più spinta in vista della creazione degli Stati Uniti d’Europa.

La verità, quantomeno in politica, sta spesso nel mezzo. Le linee guida indicate negli ultimi mesi da Cameron sono estremamente interessanti e Letta farebbe bene ad assecondare il leader britannico, aiutandolo a uscire dall’isolamento, e creando un nuovo forte asse in Europa.

Il punto di partenza è il discorso di Cameron del 23 gennaio scorso sull’Europa nel corso del quale il premier inglese ha ipotizzato un futuro referendum sulla partecipazione del Regno Unito all’Unione.

Dopo anni di esitazioni sul rapporto ambivalente tra Regno Unito e Unione europea, per la prima volta un leader britannico ha posto la questione in termini chiari e netti. In sintesi, pur non partendo da una posizione isolazionista, ha chiesto che l’Europa cambi o il Regno Unito potrà uscirne. I tre principali problemi che oggi si pongono, a suo avviso, sono la crisi dell’eurozona, il calo di competitività dell’Europa nel suo complesso sullo scenario internazionale (come ci ha ricordato Grilli in un interessante editoriale sul Corriere della Sera la scorsa settimana, nel 2030 solo la Germania farà parte del G7 e sarà sostituita dall’Indonesia nel 2050) e il deficit democratico.

Le risposte, per Cameron, sono semplici: (1) maggiore competitività, rinforzando il mercato interno e muovendo verso accordi di libero scambio (“a leaner, less bureaucratic union, relentlessly focused on helping its member countries to compete“), (2) flessibilità, ovvero ammettere che vi possano essere diverse posizioni degli Stati membri anziché insistere per una “ever closer union among the peoples of Europe“, (3) un maggior peso degli Stati membri, (4) accountability delle istituzioni, (5) equità per tutti gli stati, facciano o meno parte dell’eurozona. Questi concetti sono stati ripresi nei giorni scorsi nell’intervista rilasciata da Cameron a La Repubblica.

Ebbene, a nostro avviso vi sono ampi margini di convergenza tra la linea espressa da Cameron e gli interessi italiani. Innanzitutto, la crescita del nostro paese passa indubitabilmente attraverso un processo che porti a maggiori liberalizzazioni, flessibilità, competitività e integrazione dei mercati in Europa.

Dopotutto, le poche liberalizzazioni realizzate nel nostro paese sono per lo più dovute alla legislazione europea. Senza la direttiva Bolkenstein, ad esempio, l’Italia avrebbe prorogato le concessioni balneari per 30 anni, anziché per 5 (violando comunque le regole Ue). Senza le pressioni comunitarie, difficilmente avremmo aperto i mercati dell’energia e delle telecomunicazioni, pur con tutte le esitazioni del caso. E la lista potrebbe continuare. Data l’incapacità di realizzare effettive liberalizzazioni in Italia, dinanzi alle reazioni delle diverselobby interessate e con l’attuale paralisi istituzionale, meglio far sì che sia l’Europa a dettarcele.

In secondo luogo, le richieste britanniche di un’Europa meno burocratizzata ossia con meno norme di dettaglio decise a Bruxelles non può che trovarci favorevoli. Il principio di sussidiarietà vale anche da noi. Già giacciamo sotto il peso immane di lacci e lacciuoli della nostra legislazione (primaria e soprattutto secondaria), meglio evitare il proliferare di altre normative che appesantiscono gli adempimenti delle nostre imprese, senza un’effettiva necessità.

Le cose da fare a Bruxelles non sono poche, ci piacerebbe pensare che la Commissione si concentri per portare a casa in tempi rapidi quelle più importanti e decisive per il futuro dell’Europa (Unione Bancaria, ulteriore apertura dei mercati, negoziazione del Trattato di libero scambio con gli Usa, ecc.).

Infine, last but not least, si presenta la possibilità di un nuovo asse Italia-Regno Unito che potrebbe contribuire a dare a entrambi i paesi un maggior peso nelle decisioni europee. L’asse franco-tedesco che finora costituiva la spina dorsale dell’Unione non funziona più da tempo. La Francia di Hollande, prigioniera di vecchi pregiudizi ideologici, sembra avviarsi verso un crescente declino, aggravato dalle difficoltà di finanza pubblica.

Di fatto, oggi c’è solo la Germania a dettare le regole in Europa e le conseguenze si sono viste negli ultimi due anni. I paesi del sud Europa, troppo presi dalle crisi domestiche, non sono in grado di trovare convergenze ed esercitare un peso effettivo sulle scelte europee. Così facendo, l’Italia, potrebbe invece trovare una nuova sponda nel nord d’Europa e, tra l’altro, entrare nella cabina di regia per la negoziazione dell’accordo di libero scambio con gli Usa.

A tutti giova porre fine al rapporto privilegiato tra Usa e Regno Unito trasformandolo in un rapporto dell’Unione. La partita che si gioca in questa sede non è di poco conto per il futuro dell’Europa e si potrebbe rilanciare chiedendo che alla liberalizzazione degli scambi si accompagni l’armonizzazione delle regole, per esempio nei mercati finanziari, che per definizione sono globali.

La possibilità di una convergenza tra i due paesi, al di là delle affinità anche per ragioni generazionali dei due leader, sta nelle cose. Forse non a caso, l’Economist questa settimana ha dedicato a Letta un editoriale che lo elogia, dando atto delle difficoltà che incontra in patria, e ne descrive l’agenda. Un’agenda che, per la verità, è del tutto coerente con il disegno europeo sopra descritto: maggiore competitività, flessibilità e liberalizzazioni. Anche se tra il dire e il fare…

Molti potranno sollevare infinite obiezioni di ordine pratico fuori ma ideologico dentro. Noi, più semplicemente, diciamo: Why not?

Alberto Saravalle e Carlo Stagnaro

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