Dopo Ventotene l’Ue si prepara allo scontro con la Polonia
29/08/2016 di Alberto Saravalle.

Il vertice di Ventotene ha cercato, in modo enfatico, di rilanciare il progetto europeo. Per ridare speranza a un elettorato ormai disincantato, quando si parla di Unione europea, però ci vogliono fatti e non solo generiche dichiarazioni su temi di improbabile soluzione a breve come immigrazione, crescita e sicurezza comune. Nonostante il nobile tentativo di Renzi, Merkel e Hollande, la realtà è che l’Europa è sempre più divisa. La Brexit non è stata un caso isolato. I conflitti interni aumentano continuamente e di questi tempi, la Commissione è talora costretta a chiudere un occhio per non fornire nuova benzina ai partiti euroscettici che remano contro la permanenza nell’Unione. Così, per esempio, a luglio, a sorpresa, ha evitato di irrogare delle sanzioni a Spagna e Portogallo per non aver rispettato gli obblighi di riduzione del debito di cui al patto di stabilità. In autunno, oltre alle consuete schermaglie sulla flessibilità in occasione della presentazione delle leggi di stabilità, ci attende una nuova difficile partita che vede la Commissione schierata contro la Polonia e che potrebbe avere conseguenze dirompenti.

La contesa ha avuto inizio con l’ascesa al governo del partito nazionalista ed euroscettico Giustizia e Libertà, guidato da Beata Szydlo, che lo scorso ottobre ha vinto a larga maggioranza le elezioni. Il nuovo governo si è rifiutato di convalidare la nomina di cinque giudici della Corte Costituzionale, designati dal precedente parlamento a maggioranza liberaldemocratica, e ne ha nominati altri cinque. La Corte però ha ritenuto illegittima la nomina di tre di essi. Per tutta risposta il governo ha dichiarato invalide le udienze della Corte tenutesi senza la presenza dei giudici che esso aveva designato. Per completare l’inquietante quadro, la nuova maggioranza ha adottato nuove leggi che davano al parlamento il controllo sui media e sui Pubblici ministeri.

Questi comportamenti, certamente insoliti per un paese dell’Ue, hanno subito suscitato vivaci reazioni da parte dei partner europei, oltre che dagli Stati Uniti, che però sono state ignorate dal governo polacco. Nel mese di marzo, la crisi si è ulteriormente aggravata quando la Corte Costituzionale ha affermato l’illegittimità delle modifiche alle modalità di nomina dei giudici e di funzionamento della Corte volute dal governo, ma quest’ultimo si è rifiutato di dar seguito alla sentenza. Così è intervenuta la Commissione europea che ha iniziato un’indagine, ai sensi dell’art. 7 del Trattato UE, per verificare se vi fosse una violazione dei valori fondanti dell’Unione elencati, tra cui in particolare, democrazia e Stato di diritto.

Questa procedura fu introdotta nel Trattato Ue nel 1999, in vista dell’allargamento a est, per assicurare il rispetto dei valori democratici dai nuovi aderenti all’Unione. Qualora il Consiglio constati la violazione grave e persistente da parte di uno Stato membro dei valori di cui all’articolo 2, può decidere di sospendere alcuni dei diritti derivanti dall’applicazione dei trattati, compresi i diritti di voto in seno al Consiglio. Come appare evidente si tratta di una misura estrema, tant’è che prima d’ora non è mai stata utilizzata.

Se ne paventò il ricorso una prima volta quando Jörg Haider, il leader del partito austriaco di destra FPÖ, dopo le elezioni del 2000 entrò nella coalizione di governo, creando sconcerto tra i partner europei. Poi non se ne fece nulla e, al suo posto, furono prese misure diplomatiche che ebbero l’effetto di aumentare la popolarità di Haider in Austria. Più di recente, il gruppo liberaldemocratico al Parlamento europeo propose di intraprendere la procedura di cui all’art. 7 nei confronti dell’Ungheria di Orban, ma nello scorso mese di ottobre il Parlamento votò contro la richiesta.

Proprio perché si tratta di una misura estrema (taluni l’hanno definita una sorta di “bomba atomica”), con il Trattato di Lisbona è stato introdotto un meccanismo preventivo per evitare l’avvio della procedura formale che potrebbe portare addirittura alla sospensione dei diritti di voto. La querelle con la Polonia però si trascina ormai da diversi mesi e il confronto ormai sta giungendo alla fase finale: a gennaio, la Commissione ha iniziato l’indagine; a marzo, ha interpellato una commissione di esperti del Consiglio d’Europa che ha confermato che le misure del governo polacco mettono a rischio il funzionamento del sistema democratico; a giugno, ha inviato un parere alla Polonia accusandola di non rispettare le regole dello Stato di diritto; a fine luglio, le ha ingiunto di porre rimedio alla situazione di interferenza nel funzionamento della Corte entro tre mesi a pena di incorrere nelle sanzioni.

In autunno dunque, se la Polonia non accetterà di fare un passo indietro, la crisi giungerà al culmine. È però difficile che si giunga a constatare l’esistenza di una violazione grave e persistente perché, anche ammesso che il parlamento voti a favore, occorre l’unanimità in Consiglio e già si sa che l’Ungheria non voterà a favore della risoluzione. Così, rischiamo di uscirne doppiamente sconfitti: da un lato, con l’ennesima dimostrazione d’impotenza della Commissione, bloccata dai veti in Consiglio, e dall’altro lato, con una spaccatura ancora più profonda con i paesi dell’est che da qualche tempo stanno prendendo delle posizioni divergenti rispetto alla politica europea su temi caldi come flussi migratori e sicurezza esterna.

Dopo le polemiche sui migranti e il voto nel referendum britannico, la controversia con la Polonia evidenzia come non ci si scontri più soltanto per dei parametri economici da rispettare, ma si stia erodendo quel sostrato comune di valori su cui l’Unione si fonda. Così l’Europa non si divide solo sulla direttrice nord/sud, ma anche est/ovest. In assenza di una forte leadership che imponga un’inversione di percorso, come ha saggiamente detto il Presidente Ciampi, non resta che muovere rapidamente verso un’Europa a più velocità, rafforzando i meccanismi decisionali e i processi d’integrazione tra i paesi che si riconoscono pienamente nei valori fondanti dell’Unione e sono disponibili a farlo.

E la Polonia? Di questi tempi – con una Russia espansionista e il rischio di una Presidenza Trump – meglio farebbe a restare saldamente legata all’Unione. Nel 1939, gli alleati non diedero ascolto alla pretestuosa domanda (attribuita al Cancelliere britannico Chamberlain, ma in realtà usata dal deputato francese Déat) Morire per Danzica? E intervennero in guerra al suo fianco. Chissà se in questa Europa degli egoismi nazionali la risposta sarebbe la stessa.

Alberto Saravalle

 

 

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