Guerre digitali
30/09/2020 di Alberto Saravalle e Carlo Stagnaro.

C’erano una volta le guerre stellari. Non quelle tra Darth Vader e Luke Skywalker, ma quelle tra Ronald Reagan e Michail Gorbaciov per la costruzione dello scudo spaziale. Oggi, invece, ci sono le guerre digitali per il controllo delle tecnologie più avanzate (5G, intelligenza artificiale, ecc.). Lo scontro in atto vede contrapposti principalmente Stati Uniti e Cina, ma anche in Europa sta intensificandosi la battaglia per la conquista della sovranità tecnologica, seppure in un contesto e con modalità affatto diverse.

Il conflitto sino-americano non è iniziato con la vittoria elettorale di Donald Trump. Le prime schermaglie si sono avute già durante la presidenza Obama, in risposta all’aggressiva politica acquisitiva cinese nei settori ad alta intensità tecnologica. Nel 2016, infatti, gli Stati Uniti impedirono alla Fujian Grand Chip Investment Fund di acquisire Aixtron (una società tedesca con importanti attivi negli USA). Inoltre, furono imposte restrizioni alle esportazioni di tecnologia a favore di ZTE (produce smartphones) sostenendo che aveva violato le sanzioni all’Iran. E’ però con l’arrivo alla Casa Bianca di Trump che il conflitto ha subito una repentina escalation. Fu subito irrogata una sanzione di 1 miliardo di dollari a ZTE. Nei mesi successivi fu avviata un’inchiesta per asseriti furti di proprietà intellettuale da parte di enti e persone al servizio del governo cinese. Furono inoltre bloccate le acquisizioni di una società di semiconduttori (Lattice) da parte di un fondo cinese e della Qualcomm da parte di Broadcom (una società con sede a Singapore).

Dalla fine del 2018, c’è stata un’ulteriore accelerazione con la guerra a Huawei che ha portato all’arresto in Canada (in relazione a un’indagine negli Stati Uniti) di Meng Wanzhou, Direttore Finanziario della società e figlia del suo fondatore. A ciò ha fatto seguito il divieto per le società statunitensi di acquistare, con fondi pubblici, i suoi prodotti. E ancora: un executive order ha impedito l’installazione di materiali stranieri che rappresentino un pericolo per la sicurezza nazionale (di fatto mettendo fuori mercato la tecnologia 5G Huawei). Non basta: il Department of Commerce ha cercato di impedire che i produttori stranieri di semiconduttori le vendano i propri prodotti se incorporano tecnologia americana. Nei giorni scorsi, infine, il governo statunitense ha stabilito che anche le esportazioni di componenti alla Semiconductor Manufacturing International Corporation necessitano di una licenza, in quanto suscettibili di essere utilizzate anche per scopi militari.

La battaglia non ha risparmiato le piattaforme dei social network cinesi. Da ultimo, ha investito due app molto diffuse: Tik Tok, usata soprattutto dai giovani, e We Chat, con circa 100 milioni di utilizzatori fuori dalla Cina di cui 19 solo negli USA. Dopo diverse minacce e ultimatum, un executive order in agosto ha proibito di effettuare transazioni con entrambe sostenendo che costituiscono un problema per la sicurezza nazionale. Il 18 settembre il Secretary of Commerce ha chiarito che ciò impedisce, tra l’altro, di scaricare We Chat negli app stores negli USA e di utilizzarla come mezzo di pagamento. La decisione è stata contestata  in tribunale e l’associazione degli utenti di We Chat è riuscita a sospendere l’esecutività del provvedimento. Anche Tik Tok, che sembrava aver raggiunto un accordo per una partnership con Oracle, ha impugnato l’ordine esecutivo, ottenendone una temporanea sospensione.

E la Cina come ha risposto? Finora, pur ribattendo colpo su colpo, non ha adottato misure troppo aggressive contro i giganti del web e le imprese statunitensi del settore tecnologico. Tuttavia, già da oltre dieci anni Facebook, Google, Twitter, Instagram, Snapchat, ecc. sono bloccate in Cina per motivi politici di censura (si parla al riguardo del “Great Firewall”). Nulla a che vedere con l’attuale conflitto. Negli ultimi anni, comunque, un tribunale cinese ha vietato l’importazione e la vendita di gran parte dei modelli di Iphone; le autorità di governo hanno negato le necessarie autorizzazioni, facendo così naufragare l’acquisizione di una società olandese (NXP) da parte dell’americana Qualcomm (un’operazione del valore di 44 miliardi di dollari); una sentenza ha bloccato le vendite in Cina dei chip prodotti dalla Micron; e, da ultimo, il governo sembrerebbe aver predisposto in queste settimane una black list con le società americane (tra le quali si fa insistentemente il nome di Cisco Systems) alle quali sarebbe inibito investire e comprare o vendere alcunché in Cina

Naturalmente la guerra non si combatte solo a colpi di sentenze, executive orders, multe, veti alle acquisizioni, ecc.. Gli Stati Uniti hanno iniziato una pressante campagna sui paesi occidentali per indurli (più col bastone che con la carota, com’è nello stile di Trump) a non adottare le tecnologie 5G di Huawei. Se ne sono viste chiaramente le conseguenze in Gran Bretagna, dove Boris Johnson aveva dapprima preso una posizione netta a favore di Huawei, per poi fare una precipitosa marcia indietro. A ciò si accompagnano misure sul piano industriale per cambiare le filiere di fornitori, riportare in patria le produzioni, cambiare le strategie di sviluppo, investire in ricerca con l’obiettivo di “possedere” le tecnologie, e così via. Secondo gli Stati Uniti si sono anche intensificati gli sforzi di hackeraggio, spionaggio industriale, storno en masse di dipendenti.

E l’Europa? Nel nostro continente lo scontro è solo all’apparenza meno violento. Le istituzioni e le imprese europee, infatti, da tempo manifestano disagio per lo strapotere – vero o percepito – delle piattaforme americane. In questo caso, però, non si tratta di una competizione per il predominio tecnologico (ahimè le imprese europee scontano un grave ritardo), ma della pretesa di limitarne l’espansione sul mercato europeo. Nondimeno, la retorica dei leader europei allude sempre di più all’obiettivo, non ben definito, di conquistare la sovranità tecnologica. Traguardo che, però, difficilmente si raggiungerà a tavolino cercando di creare artificialmente dei campioni europei.

In questi anni non sono comunque mancati interventi clamorosi contro i giganti del web. Solo che, a differenza della “guerra calda” in corso tra Trump e Xi Jinping, finora si è combattuta una “guerra fredda”, perlopiù sul terreno della competition policy. E’ dai primi anni Duemila, con la sentenza Microsoft, che l’Antitrust europeo prende di mira le piattaforme Usa, irrogando sanzioni record. Basti ricordare i due procedimenti contro Google (1,5 miliardi nel caso AdSense e 4,3 miliardi nel caso Android), a cui potrebbe aggiungersi il diniego della proposta acquisizione di Fitbit. E, ancora, la maximulta da 13 miliardi contro Apple, da poco annullata dalla Corte di Giustizia. Alle indagini aperte (tra le quali non ne manca, ovviamente, una contro Amazon) si aggiungono altre iniziative ancora più dirompenti. Nei giorni scorsi sono iniziate le votazioni nel Parlamento europeo sulla proposta di digital service act che disciplinerà la responsabilità delle piattaforme digitali, aprendo un nuovo terreno di scontro. Si sta anche pensando all’introduzione di un competition tool per colpire i presunti abusi delle piattaforme, anche se non integrano le tradizionali fattispecie perseguite. In una recente intervista al Financial Times, il Commissario Thierry Breton ha perfino detto che l’Ue dovrebbe avere il potere di costringere i colossi del web, divenuti “too big to care”, a scindersi o vendere le proprie attività in Europa. Infine, si fa sempre più concreta l’ipotesi di una webtax europea – invocata per finanziare il piano Next Generation Eu – che dovrebbe superare le imposte nazionali adottate da diversi paesi, come Francia e Italia.

Se tutte queste misure vedono l’Europa schierarsi contro l’America, non mancano comunque i fronti aperti con la Cina: proprio sul 5G, infatti, si stanno intensificando (anche in Italia) le preoccupazioni per i rischi derivanti da un’eccessiva dipendenza da tecnologie e operatori cinesi. Si è così aperto un cantiere per prendere decisioni più coordinate in materia, ma stando alle proposte attualmente sul piatto, per ora si rischia solo di sollevare ulteriori problemi (Il Foglio, 16 luglio 2020). Ed è proprio contando su queste divisioni che Stati Uniti e Cina giocano le proprie partite dietro le quinte.

Insomma: la situazione a livello globale è sempre più complicata, le relazioni reciproche si stanno scaldando e, con le elezioni americane alle porte, grande è la confusione sotto il cielo (cosa che, a differenza di quanto pensava Mao, rende pessima la situazione). La prima conseguenza è un inevitabile decoupling delle economie, il rischio cioè che si creino sistemi tecnologici diversi (non integrati). Ogni paese dovrà scegliere da che lato schierarsi (come accadeva durante la guerra fredda). I costi ovviamente saranno enormi: secondo uno studio di Deutsche Bank si parla di 3.500 miliardi, dovuti alla duplicazione dei costi e alle potenziali ritorsioni reciproche. Per non dire poi del rallentamento nel processo di sviluppo delle tecnologie. In fondo, la ragione per cui la globalizzazione è stata un driver tanto potente di creazione di ricchezza è che ha consentito al processo di divisione e specializzazione internazionale del lavoro di svolgersi su scala mondiale. Adesso la politica dei tre principali blocchi economici rischia di interrompere e invertire questo processo.

L’oggetto della contesa non è semplicemente la conquista dei mercati, come nelle guerre commerciali combattute a suon di tariffe. La superiorità tecnologica prelude alla leadership sul piano geopolitico e dunque la posta in gioco è molto più alta. Per questo la guerra si combatte senza esclusione di colpi e, presumibilmente, non cesserà neppure se Joe Biden dovesse conquistare la Casa Bianca. Le tensioni tra Washington e Bruxelles sono destinate a restare: i rapporti saranno meno tesi, ma gli interessi – se il paradigma resterà quello della divaricazione tecnologica, in controtendenza rispetto agli ultimi decenni – resteranno divergenti. E’ l’ennesimo segnale della crisi del multilateralismo e dell’assenza di sedi riconosciute nelle quali affrontare questi conflitti. Dal proprio punto di vista, ciascuno degli attori ha preoccupazioni fondate. Ma l’impossibilità di trovare un terreno comune – perfino tra Ue e USA  – non può che rallentare le prospettive di crescita e progresso tecnico a livello globale. Proprio il contrario di quello che ci vuole nel bel mezzo di una pandemia che, oltre ad aver inflitto costi umani enormi, ha anche messo in panne l’economia mondiale.

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