Ipocrisia sul Mes e sbandamenti sul Pnrr: la doppiezza di Meloni non paga in Ue
09/12/2022 di Alberto Saravalle e Carlo Stagnaro.


I primi passi del nuovo governo nell’approccio alle questioni europee denotano un’ambivalenza di fondo: verso l’esterno una ostentata affidabilità e coerenza con i proclami di continuità fatti in campagna elettorale; verso l’interno, invece, frequenti sparate identitarie per parlare alla pancia del proprio elettorato. Insomma, Giorgia Meloni interpreta sia la parte del Dr Jekyill sia quella di Mr Hyde. Vediamo alcuni esempi.

Pochi giorni fa la maggioranza ha adottato una mozione che impegna il governo a “non approvare il ddl di ratifica della riforma del trattato istitutivo del Mes”. A ben vedere, non è una vera e propria decisione di bloccare il processo di ratifica, ma semplicemente una battuta d’arresto “alla luce dello stato dell’arte della procedura di ratifica in altri Stati membri” per motivi di politica interna. La riforma del Meccanismo europeo di stabilità serve a rafforzare il sistema bancario dell’eurozona (grazie al cosiddetto Common backstop che consente al Mes di finanziare le banche a rischio). Inoltre, con il nuovo trattato vengono ampliati gli strumenti a disposizione per aiutare i Paesi in difficoltà: chi ha problemi temporanei, ma un’economia solida, potrà accedere alle linee di credito, mentre chi non rispetta i parametri del Fiscal Compact otterrà gli aiuti subordinatamente alla sottoscrizione di un Memorandum of Understanding con il quale dovrà impegnarsi a migliorare la propria posizione di bilancio. È una tessera importante nel processo con cui l’Ue sta correggendo i “difetti di progettazione” che ne hanno spesso limitato la facoltà di intervento e può giovare molto al nostro Paese.

Perché la riforma possa entrare in vigore serve la ratifica dei diciannove Stati membri dell’eurozona. Al momento mancano solo Germania e Italia. Con una differenza sostanziale: a Berlino la palla sta nel campo della Corte costituzionale federale, che deve pronunciarsi su una questione formale. Infatti, il parlamento ha approvato la ratifica della riforma nel giugno 2021. Sette deputati hanno però impugnato la decisione sostenendo che serviva una maggioranza qualificata di due terzi. Non è la prima volta che Karlsruhe deve sciogliere i destini dell’Europa: qualche ondeggiamento e irrituale polemica con i giudici di Lussemburgo, per la verità, c’è stata, ma alla fine i giudici costituzionali tedeschi non hanno mai arrestato il processo di integrazione. E infatti alla fine non l’hanno arrestato neanche stavolta: proprio stamattina è arrivato il via libera della Corte.

La mozione italiana mira dunque, semplicemente, a ritardare il processo di ratifica in attesa della decisione dei giudici di Karlsruhe. Una concessione al popolo di centrodestra al quale da anni viene presentata una narrativa sovranista e complottista che vede nel Mes l’origine di ogni male. Tutt’altro, però, che una bocciatura definitiva (come hanno cercato di accreditare taluni ferventi antieuropeisti). Potrebbe addirittura dirsi che ci mettiamo al seguito delle decisioni tedesche (alla faccia del sovranismo!). Quando, la questione si sbloccherà a Berlino, l’Italia dovrà abbandonare questa ipocrita posizione e dire se accetta la riforma o getta a mare anni di sforzi comuni. Il governo sa bene che a quel punto dovrà fare un passo indietro e ratificare l’accordo, ma intanto, per qualche tempo, avrà placato il proprio elettorato che esige segni di discontinuità con il governo Draghi. Ma finirà comunque per rallentare il percorso di riforma del Mes, sollevando malumori all’estero senza, alla fine della giornata, aver ottenuto alcun risultato in casa.

Non è, purtroppo, il solo esempio. L’altra grande questione riguarda l’attuazione del Pnrr. A parole, il governo ha manifestato l’intenzione di portare a compimento le riforme pattuite, sollevando perplessità solo sulla possibilità di realizzare tutti gli investimenti previsti, per effetto dell’inflazione che rende irrealistiche le stime sui relativi costi. Quest’ultima, è un’affermazione fondata: lo stesso governo Draghi, nelle ultime settimane, ne aveva parlato. E c’è, da parte della Commissione, la disponibilità ad affrontarla. Ma per avviare una discussione proficua occorre che il governo rispetti la tabella di marcia delle riforme. Entro fine anno bisogna approvare il decreto legislativo sulla liberalizzazione dei servizi pubblici locali, ricevuto in eredità dall’ex premier. Non è un testo rivoluzionario, ma pare indigesto per chi si è sempre schierato a difesa del socialismo municipale. Abbiamo poi già visto nella legge di bilancio, con la norma che esenta gli esercenti dall’accettare carte e bancomat per pagamenti inferiori ai 60 euro, un passo indietro rispetto all’obiettivo di contrasto all’evasione fiscale previsto nel Pnrr (rilevato dalla stessa Corte dei conti, prima ancora dei funzionari della Commissione). Questi sbandamenti alla ricerca di un facile consenso possono nuocere enormemente sui tavoli dove si discute in maniera puntuale del grado di raggiungimento dei traguardi e degli obiettivi del Pnrr.

Si profila, infine, una terza partita importante con Bruxelles: la revisione del patto di stabilità e crescita, le cui linee guida sono state recentemente presentate dalla Commissione. La presidente del Consiglio ha assunto in campagna elettorale un tono assai moderato sul tema, ma sappiamo bene che i parametri di Maastricht (che permarrebbero anche nel nuovo patto) sono tabù per una larga parte del suo elettorato. Secondo le proposte, dato il nostro elevato debito, la spesa primaria sarà monitorata maggiormente. Dovremo modulare la spesa netta primaria in modo da permettere una riduzione del debito pubblico in un arco temporale di 10 anni e negoziare con la Commissione riforme e investimenti da realizzare. Mentre attendiamo le proposte legislative da parte della Commissione, si apre una finestra di opportunità per formare alleanze con altri paesi e trovare una soluzione accettabile, anziché pensare di erigere barriere alla supervisione accentuata delle istituzioni sui nostri conti pubblici e sulla politica economica.

In definitiva, perché la premier sia credibile quando dice di voler recitare un ruolo responsabile in Europa – precondizione per portare a casa i risultati desiderati – è imprescindibile che ponga subito fine alle sbandate populiste che ahimè danno solo voce a coloro che raccontano la storia dell’Italia incorreggibile e danneggiano l’interesse nazionale.

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