L’Europa si fa nelle crisi
03/04/2022 di Marco Bonet con Alberto Saravalle.

«Io credo che questo possa essere davvero un “momento fatale”, per citare un bel libro di Stefan Zweig, uno di quei passaggi magici della Storia in cui le cose accadono».

Crisi economica, migrazioni e sovranismi, pandemia, ora la guerra in Ucraina e lo choc energetico: ci vuole molto ottimismo, e una buona dose di fiducia nell’uomo, per guardare ai nostri ultimi anni europei come a dei momenti magici…

«Sono stati anni difficili, è vero – risponde Alberto Saravalle, professore di Diritto dell’Unione europea dell’università di Padova, partner di BonelliErede e membro del Comitato scientifico per il Futuro dell’Europa istituito dalla Presidenza del Consiglio – ma fu Jean Monnet, uno dei padri fondatori dell’Unione, a dire che “l’Europa si fa nelle crisi ed è la somma delle soluzioni apportate a queste crisi” e finora, se ci pensiamo bene, è andata proprio così. Dopo la stagnazione degli anni Settanta abbiamo costruito il mercato interno e l’Euro; dopo la crisi finanziaria abbiamo creato il Mes e i meccanismi di assistenza finanziaria; la pandemia ci ha convinti ad attivare Next Generation Eu. Oggi si aprono nuove e interessanti opportunità, perché la guerra in Ucraina sta convincendo le cancellerie che è possibile, ed anzi urgente, rimettere mano ai trattati, aprendo la strada alle riforme che possono soddisfare fino in fondo le aspettative dei cittadini. Prima d’ora la messa in discussione dei trattati non era all’ordine del giorno».

A quali riforme pensa?

«Sulla difesa comune, ad esempio, c’è stata un’accelerazione inaspettata: se ne discuteva da due anni, poi in una settimana si è fatta la “bussola strategica”. Il confronto è aperto su energia, sovranità tecnologica e patto di stabilità, anche se qui si procederà probabilmente più avanti, a piccoli passi».Resta il principale tra gli ostacoli all’integrazione europea: l’Unione è una somma di Stati e dunque di interessi nazionali talvolta divergenti.«Una certa dose di confronto e finanche di contrasto è fisiologico ma quando si arriva al dunque, nelle partite più importanti, prevale sempre la convinzione che da soli non si va avanti. Pensiamo a Next Generation Eu, con l’intesa raggiunta dai Paesi “frugali” del Nord e quelli del Sud, o alla crisi migratoria provocata dal conflitto, con i Paesi dell’Est alle prese con un fenomeno che pensavano limitato soltanto al Mediterraneo. Ora sono loro ad aver bisogno di aiuto».

Da soli non si va avanti, a maggior ragione se la competizione si gioca con Stati Uniti e Cina.

«Dopo gli anni difficili della presidenza Trump, Biden ha ridato centralità alle relazioni Usa-Europa e la guerra in Ucraina ha chiarito da quale parte debba stare l’Unione, ne ha accentuato la scelta atlantica. Allo stesso tempo, però, i fatti di Kiev hanno accresciuto in noi la consapevolezza che la Ue deve assumere un’autonomia strategica, da tutti, non solo dagli Usa, in campi come la difesa, l’energia, il controllo delle filiere. Solo così possiamo essere protagonisti dello scacchiere geopolitico globale. La Cina è un player con cui si deve negoziare, con fermezza e autorevolezza; quanto alla Russia, si è messa fuorigioco da sola, il tentativo di Putin di dividere l’Europa non ha funzionato anzi, ha sortito l’effetto opposto».

In questo processo di rilancio del sogno europeo un ruolo fondamentale lo giocherà la generazione Erasmus, i “nativi europei” abituati a studiare a Londra, fidanzarsi a Parigi, trascorrere il fine settimana a Barcellona.

«Certamente e l’appuntamento di giovedì nell’Aula Magna dell’università di Padova va esattamente in questa direzione, sarà un momento di riflessione e dialogo con gli studenti. Tutti noi, e i più giovani in particolare, ci siamo resi conto durante la pandemia che molte cose che davamo per scontate, tanto scontate non erano. E prim’ancora del virus, ricordiamo le code agli aeroporti di Londra dopo la Brexit? La narrazione sull’Europa sta cambiando: Bruxelles non è lontana e arcigna come qualcuno ci ha raccontato negli ultimi anni, attribuendole scelte impopolari ma necessarie che in Italia eravamo incapaci di assumere mettendoci la faccia con senso di responsabilità. Ora cresce la consapevolezza che l’Europa è una grande opportunità, sta soltanto a noi saperla cogliere»

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