Per un Pnrr senza ipocrisia
19/10/2022 di Alberto Saravalle e Carlo Stagnaro.

“Madamina, il catalogo è questo”: nel nostro caso non si tratta, però, “delle belle che amò il padron mio” – come cantava Leporello – bensì delle riforme che restano da fare, tra il 2023 e il 2026, per realizzare il Pnrr. L’erogazione dei fondi, circa 190 miliardi di euro tra finanziamenti a fondo perduto e prestiti, è condizionata all’attuazione, nei tempi previsti dal relativo cronoprogramma, di un certo numero di riforme e investimenti indicati in dettaglio. Che atteggiamento avrà la nuova maggioranza verso questa lista di interventi?

Il tema delle riforme è rimasto in secondo piano durante la campagna elettorale. I programmi elettorali del centro-destra si ponevano in rotta di collisione con almeno alcune di queste: basti pensare alla guerriglia parlamentare, nella scorsa legislatura, attorno al ddl concorrenza. Adesso però Giorgia Meloni si trova in una situazione diversa. È facile criticare dall’opposizione, più difficile decidere al governo. Si badi, è del tutto legittimo che preferisca soprassedere su alcune riforme, ma deve spiegare agli italiani perché gettare a mare i denari promessi e con essi la speranza di replicare lo strumento e renderlo strutturale per finanziare i beni pubblici europei.

Per quanto attiene alle riforme – che più ci interessano perché sono suscettibili di modificare in modo duraturo il nostro paese – Meloni & Co. dovranno dire se e come dar seguito a un’ottantina di interventi, articolati in diversi settori. Vediamo, più precisamente, di cosa si tratta, senza pretesa di essere esaustivi.

In tema di giustizia, si attende l’entrata in vigore della riforma del processo civile e penale, la digitalizzazione del sistema giudiziario, la riforma del sistema della proprietà industriale. A questi “traguardi”, il cui raggiungimento presuppone una valutazione qualitativa delle riforme adottate, si aggiungono alcuni “obiettivi” puntuali quali la riduzione dell’arretrato giudiziario dei tribunali ordinari civili e delle Corti d’appello civili nonché la riduzione della durata dei procedimenti civili e penali.

Il gruppo più corposo delle riforme riguarda la PA, dove peraltro già molto si è fatto. Si tratta, tra l’altro, di realizzare la riforma del pubblico impiego, ridurre i tempi di pagamento delle pubbliche amministrazioni e delle autorità sanitarie, riformare il quadro legislativo in materia di appalti pubblici e concessioni (sia adottando la relativa normativa primaria e secondaria, sia raggiungendo una serie di obiettivi parametrati ai tempi medi di aggiudicazione e realizzazione delle opere e alla formazione del personale), introdurre un sistema di gestione strategica delle risorse umane, attuare  un sistema di semplificazione e digitalizzazione delle 250 procedure critiche che interessano direttamente cittadini e imprese. Un compito da far tremare le vene ai polsi del futuro Ministro.

Per promuovere la concorrenza, che sarà certamente uno dei terreni più ostici per il nuovo Governo, dovranno essere adottate le leggi annuali, introdurre un nuovo ordinamento per le guide turistiche, semplificare gli ostacoli normativi alla diffusione dell’idrogeno, semplificare le procedure per la realizzazione di strutture per le fonti rinnovabili di energia. Peraltro, il Pnrr impone il completamento della liberalizzazione del mercato finale della vendita di energia elettrica e gas nel 2023, mentre già oggi la scadenza è slittata al 2024.

La riforma dell’amministrazione fiscale comporta il raggiungimento di numerosi obiettivi (il miglioramento della capacità operativa, l’aumento del gettito da lettere di conformità, la fatidica riduzione dell’evasione, l’invio di dichiarazioni IVA precompilate) e alcuni traguardi relativi all’entrata in vigore delle normative per l’attuazione del federalismo fiscale regionale.

Tra le altre riforme attese, quelle più significative toccano il lavoro (misure per ridurre l’incidenza del lavoro sommerso e politiche attive per favorire l’ingresso e formazione), l’istruzione (primaria, secondaria e terziaria nonché l’introduzione di un nuovo sistema di reclutamento dei docenti), il welfare (interventi a favore degli anziani non autosufficienti, l’adozione di una legge quadro sulle disabilità), la contabilità pubblica (spending review annuale, completamento della riforma della per almeno il 90% dell’intero settore pubblico, completamento della formazione per la transizione  al nuovo sistema, riclassificazione del bilancio dello Stato con riferimento alla spesa ambientale e quella che promuove la parità di genere) e l’ambiente (con l’obiettivo di ridurre le discariche abusive, le asimmetrie regionali nella raccolta differenziata).

È fisiologico che il nuovo governo si faccia interprete di una linea politica differente dai predecessori. Ma non è accettabile che speri di potersela cavare con atteggiamenti furbetti, cercando di prendersela con l’attuale maggioranza per gli accordi presi o assuma posizioni ambigue e cerchiobottiste verso l’Ue, sperando di ottenere capra (soldi) e cavoli (riforme annacquate) come troppo spesso è successo in passato. Questo è uno dei casi in cui chiarezza, anche nella discontinuità, sarebbe nell’interesse non solo della futura premier, ma anche e soprattutto del paese.

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